Si perché diciamocelo, se si studia la lingua cinese, il traguardo probabilmente non lo si raggiunge mai. Ci sarà sempre qualcosa da sapere in più e l’esercizio è infinito.
Però ci sono vari gradi di apprendimento. Si può decidere di studiare solo qualche frase rompighiaccio, qualche argomento da trattare, un lessico e un frasario da usare in ambito lavorativo e fermarsi lì. Si tiene in un angolino, quello che si apprende, pronti a sfoderarlo all’evenienza. Si può voler sentirsi più a proprio agio quando ci si reca (speriamo presto), in Cina, sapere come ordinare al ristorante, prendere un  taxi senza farsi fregare …, si può voler fare i simpatici con un collaboratore che sentiamo al telefono e vediamo qualche volta…
Quando si ha chiaro in testa  perché lo si fa e l’obiettivo che si vuole raggiungere è già più semplice.
Capita a volte di cominciare credendo di voler imparare tutto sulla Cina e la lingua cinese, e trovarsi a mollare dopo due lezioni. E capita allo stesso modo di pensare di partire con un percorso già delimitato e poi appassionarsi e voler continuare.  Bisogna provare per capirlo.
Qual è il. Metodo migliore per studiare il cinese? 
Me lo sento e lo vedo chiedere un sacco di volte. 
  Credo che prima di tutto sia importante conoscere e imparare i radicali (li trovate nei miei post del mercoledì) e poi bisogna armarsi di santa pazienza e scrivere righe e righe di caratteri cinesi, riempire la casa di post it con le parole che non ci entrano in testa e ripetere, ripetere e ancora ripetere.  
 Si può tralasciare la scrittura a mio parere, solo in corsi molto brevi. in tutti gli altri casi, quello che al primo sguardo può sembrare una facile scorciatoia, si trasforma poi in un labirinto pieno di ostacoli… Capirete perché.

La lingua cinese non è per tutti, ma non per la sua difficoltà, ma perché richiede delle peculiarità caratteriali e attitudinali che solo qualcuno ha.
Molti cominciano e poi mollano. Perché vedono il traguardo troppo lontano e irraggiungibile e gli sembra di aver investito già troppe risorse a fronte di pochi risultati.
Ma se si procedesse un passetto alla volta?

I Mosuo o Moso, sono una minoranza etnica che risiede in alcune zone della Cina, vicino al Tibet, nelle province dello Yunnan e del Sichuan.

Indossano dei tipici e coloratissimi abiti.

Sono definiti “l’ultima società matriarcale”.

In realtà questa definizione non incarna pienamente i valori dei Mosuo.

E’ vero, sono le donne Mosuo a decidere con chi accoppiarsi, con chi fare figli. La casa, il patrimonio di famiglia, l’eredità, è tutto in mano loro. Hanno una libertà sessuale che noi ci sogniamo, senza i nostri pregiudizi e tabù.

Gli uomini ricoprono spesso però le cariche politiche  e sono a capo dei villaggi 

In giovane età, quando è ora di trovare marito, le donne Mosuo si recano al lago di notte, dove gli uomini Mosuo stanno ad aspettarle. Ognuna di loro ha con sé una pila, con la quale indicherà il compagno da lei scelto con cui passare la notte. Sono le donne che scelgono.


Quando nascono i figli e si formano le famiglie, l’uomo vive in una casa separata e viene richiamato all’ordine quando c’è bisogno di fare lavori di manutenzione  o altri lavori di casa e per passare la notte con la propria compagna.

 

Per il resto la casa Mosuo è abitata da donne di tutte le generazioni e i loro bambini.

 

Le donne si occupano dell’allevamento del bestiame, del grano e delle patate.  I Mosuo si sostentano con il cibo che loro stessi producono, hanno dei metodi di conservazione della carne impressionanti. Sono popolazioni agricole che vivono di poco e con poco.

 

Hanno riti e usanze che conservano e custodiscono gelosamente.

“Il paese delle donne ” di Yang Erche Namu

Fino a qualche anno fa la stragrande maggioranza dei turisti cinesi che arrivavano in Italia, si affidavano a dei viaggi organizzati e pacchetti già costruiti.

Arrivavano in Italia con la loro guida cinese, che li accompagnava e sbrigava qualsiasi tipo di incombenza al posto loro.

In parte è ancora così. I turisti più anziani, prenotano la loro vacanza tramite agenzia di viaggio.

Ma tante cose sono cambiate…

📌Il 29% dei turisti cinesi che arrivano in Italia, sono nati negli anni 80.
📌Questi hanno un altissima digitalizzazione, prenotano la loro vacanza in autonomia su internet e desiderano personalizzarla.
📌Hanno le idee chiare su cosa vogliono vedere, fare visitare.
📌Vivono di riso e smartphone e lasciano recensioni di ogni cosa che vedono, ogni hotel in cui pernottano e ogni ristorante in cui mangiano. 
📌Wex Inc basandosi su dati COTRI e su un report MCKINSEY and COMPANY, indica una crescente preferenza per i viaggi indipendenti privi di guida e non organizzati (nel 2018 il 26,8%, contro il 20,7 % del 2017).

Questi dati fanno capire di come il turismo cinese non sia più solo appannaggio di pochi eletti tour operator, ma di come invece ora ci sia spazio per tutti. Sopratutto per chi riesce a farsi trovare nel web, rendendosi prenotabile.

Ancor più sarà alla portata di quelle strutture che si sapranno distinguere per qualità del servizio e che attireranno delle buone recensioni.

E allora perché non pensare a predisporre qualche piccolo servizio ad hoc per il mercato cinese? 


Perché ho cominciato a  insegnare la lingua cinese?

In realtà questa storia d’amore è cominciata in maniera particolare. Io non ho deciso di insegnare la lingua cinese, ma è stato l’insegnamento della lingua cinese a trovare me.
 
Mi ero laureata da un circa tre anni, avevo già avuto esperienze di lavoro in azienda , quando una mia amica insegnante mi contattò dicendomi che nella sua scuola dei bambini volevano studiare la lingua cinese. Sulle prime pensai di non essere in grado. E continuai a pensare la stessa cosa soprattutto quando sentii telefonicamente la madre della famiglia interessata.  Il nucleo era composto da, papà ,mamma e 5 figli di 6 mesi,  un anno e mezzo,  3 , 5 e 7 anni.
 
Avrei dovuto insegnare a tutti i minorenni (neonata esclusa 🥵), cercando di incuriosirli, di rendermi il più simpatica possibile, cosicché avessero un imprinting positivo e collegassero la lingua cinese a qualcosa di piacevole.
 
Dovevo fingere di essere inglese, per parlare con loro solo quella lingua, e di non sapere una parola di italiano. Ho retto due anni, ogni sabato mattina per tre ore.
 
E’ stato un’esperienza bellissima che mi ha formata come insegnante e che non dimenticherò mai. Ho imparato l’empatia, a mettermi nei panni dell’altro anche nel lavoro e soprattutto ho capito che non si può insegnare se non si usano come ‘gancio’ gli interessi dello studente, soprattutto se così piccolo.
 
Il mio metodo per insegnare una lingua straniera in generale e  lingua cinese ai bambini in particolare, non prevede regole rigide, ma anzi continui aggiustamenti.
Come mi muovo io:
  • Occhi aperti per vedere e capire il contesto in cui vive il bambino, che stimoli ha, dove si posa il suo sguardo e il suo interesse.
  • Orecchie aperte all’ascolto, del bambino e dei genitori, per cercare di conoscere e capire cosa gli piace e cosa non, se ha paure particolari, passioni. Se ama i dinosauri, le bambole, giocare a nascondino, cantare ecc. Se ha spirito di competizione, se non ce l’ha per niente e così via.
  • Sfruttare la memoria visiva del bambino per insegnare parole nuove collegate alla scrittura e ai caratteri. La lingua cinese ha un forte vantaggio: i suoi caratteri possono essere riconducibili a dei disegni, giochiamoci!
  • Utilizzare diversi giochi, per stimolarlo e incuriosirlo senza annoiarlo. Io gioco del memory, gioco dell’oca, giochi di ruolo, nascondino (dopo vi porto alcuni esempi)
  • Cantare facili filastrocche in lingua.
  • Simulare brevi dialoghi in lingua da ripetere ogni volta che ci si rivede (ciao come stai?…)

Alla famiglia dei bimbi di cui vi ho parlato ho insegnato creando dei giochi dell’oca e memory fatti in casa. Abbiamo cantato molto, giocato a correre e prendersi, e chi veniva acchiappato doveva ripetere come pegno una frase o una filastrocca…

Ad Asia, un’altra bimba, ho insegnato creando una presentazione in power point in cui una piccola strega girava il mondo e scopriva tante cose, imparando così parole nuove in lingua cinese. La presentazione era in francese, per aiutarla ad esercitarsi in una lingua che stava imparando grazie alla madre (madrelingua). 

A Stephanie ho insegnato utilizzando il disegno, che a lei piaceva tanto, e i suoi giochi. La casa delle Barbie diventava l’occasione per imparare i nomi delle stanze, degli oggetti. I vestiti delle bambole e delle Barbie, servivano per studiare i colori, i capi di abbigliamento…

Prima o dopo devo cominciare anche con mio figlio, ci ho già provato ma tra genitori e figli non è semplice.

Credo utilizzerò per farlo, le macchinine e i dinosauri, le sue attuali passioni.

La Mucca Viola.

 

In un mondo pieno di mucche bianche e marroni, “una mucca viola, quella sì susciterebbe interesse,. almeno per un po'”.

Per farsi notare bisogna essere diversi.

Per essere diversi bisogna avere coraggio.

Nel mondo del marketing “il primo passo è stato compiuto da Tom Peters, con il suo “Wow! Un successo da urlo”, opera visionaria nella quale sosteneva che gli unici prodotti che avessero un futuro, erano quelli creati da persone animate da sincera passione”.

Voi ci credete? Io sì, abbastanza. Lo sperimento sulla mia pelle ogni giorno.

La passione “ti mette le ali”, come cita una nota pubblicità. Ti toglie la fatica.

Mischia dovere e piacere. Lavori e manco te ne accorgi.

Ti spinge a dare sempre il meglio di te, a scervellarti per trovare La Soluzione.

Essere una Mucca Viola però non è così semplice, e la passione non basta. Non basta nemmeno il coraggio. Bisogna avere quel QUID in più, o lo si trova, o lo si ha, o niente.

Se volete farvi illuminare un po’, leggete “La Mucca Viola”. E’ un libro un po’ datato, ma attualissimo per l’argomento che tratta. E’ una pietra miliare nel mondo del marketing. Ci può aiutare ad avere quell’illuminazione che cerchiamo o almeno a vedere la strada che possiamo intraprendere. In più è scritto da quel luminare del marketing che è Seth Godin.

 

A me è stato regalato nel 2009 dal direttore commerciale dell’ultima azienda in cui ho lavorato e per me è stato davvero d’aiuto.

Io sto ancora cercando di capire dove si trova la mia unicità…. Spero di riuscire a capirlo presto.